Convegno su "La Dis-unità d'Italia"

SPINTE DISGREGATRICI E NUOVI MITI DI RIFONDAZIONE IDENTITARIA

(Salerno - Napoli, 9-11 dicembre 2011)


L’iniziativa del convegno ha trovato uno stimolo nella disaffezione diffusa tra la gente comune all’idea della patria e nell’aggressività di alcuni movimenti federalisti, che sembrano mettere in discussione l’idea di nazione italiana, come organismo collettivo produttore di programmi e valori condivisi e come senso di appartenenza capace di destare emozioni.

Il punto di partenza - che può diventare, a un livello più elevato di consapevolezza, il nostro punto di arrivo - è la constatazione che il riproporsi, al di là delle opinioni dei partiti e dei politologi, di spinte autonomiste, o comunque di un’insofferenza alla retorica patriottica tradizionale, pur con numerose contraddizioni e forti resistenze e controspinte, consente di ipotizzare un percorso multilineare, realistico e mitopoietico, che porti alla costruzione e all’accettazione di diverse rappresentazioni della nazione italiana e della sua storia, per fare del loro reciproco riconoscimento e coesistenza un valore condiviso e perciò un punto di forza.

Sulla disaffezione, soprattutto delle ultime generazioni, all’idea di patria e alla solidarietà nazionale non risultano effettuate ricerche empiriche vaste e approfondite, ma esistono spie significative, come quelle linguistiche: l’Italia accoglie nel suo lessico più anglicismi della Francia e della Spagna, alle quali un forte orgoglio nazionale fa operare una più stretta sorveglianza sui confini della lingua. La Spagna, in particolare, si serve dei quotidiani per insegnare come evitare di imbarbarire la lingua nazionale e la Catalogna gioca la carta della difesa della lingua catalana per rafforzare la propria autonomia dalla Spagna.

Poiché la costruzione della nazione è in parte il portato della storia, in parte opera dei gruppi dirigenti, si impone forse la necessità di uno sguardo sul passato italiano, per domandarsi se questa disaffezione abbia origini remote e la si debba ricercare nella pluridecennale mancanza di unità delle forze politiche. Forse è necessario interrogarsi se questa vicenda di lacerazioni che ancora segna la vita italiana non venga da più lontano, almeno dai particolarismi medioevali e dalle lotte interminabili che essi produssero, se non si obiettasse che anche altre nazioni europee hanno conosciuto esperienze di tipo analogo, che non hanno sortito effetti simili ai nostri.

Certamente gli italiani, una volta realizzata tardivamente l’unificazione nazionale, nell’ultimo secolo e mezzo hanno visto i cattolici per lungo tempo fuori dello Stato, anarchici e comunisti contro l’assetto politico liberale, fascisti contro liberali e comunisti, comunisti e socialisti contro i democristiani e così via

Occorre domandarsi se queste lacerazioni abbiano reso difficile dare un volto unitario o conferire una "somiglianza di famiglia” a tutti gli italiani che, prima dell’unità, erano popoli diversi, con accentuate diversità regionali al loro interno, diverse storie, culture e livelli di sviluppo, e che hanno conservato molte delle caratteristiche originarie almeno fino al secondo dopoguerra.

Il modello giacobino di Stato adottato dalla classe dirigente dopo l’unificazione e condiviso pressoché da tutti gli schieramenti politici fino ai nostri giorni, nonostante le scelte accentratrici (solo mezzo secolo fa mitigate da autonomie regionali di facciata), non è stato tanto forte da distruggere quelle diversità, né tanto debole da consentire che esse prevalessero al punto da ispirare una trasformazione dell’accentramento amministrativo nel senso di un federalismo democratico.

La risposta che la classe politica sembra decisa a dare all’esplosione odierna delle spinte autonomiste coincide in larga misura con quella indicata dagli autonomisti sin dagli anni del Risorgimento: il trasferimento di parte della sovranità dallo Stato ai comuni e alle regioni, in base a quello che oggi si chiama "principio di sussidiarietà”, che assicura ai diversi livelli di autorità le competenze che sono adeguati a svolgere.

Questo trasferimento avrebbe consentito di realizzare una compiuta democrazia, fondata sul governo diretto dei municipi, e avrebbe garantito le diversità e assicurato alla nazione una unità reale, sulla base di un consenso che partiva dalla gente.

Fino a qualche decennio addietro il federalismo era sopravvissuto come un’idea perdente, e Bobbio ne attribuiva la causa al fatto che fosse sostenuto da pochi politici che vedevano troppo vicino e da una minoranza di intellettuali che guardavano troppo lontano. In realtà il federalismo non ha vinto perché la classe politica ha scelto di rimanere fedele per centocinquant’anni al modello giacobino, autoritario e accentratore.

La ricerca antropologica ha dato un contributo importante alla conoscenza dell’alterità costitutiva della nazione italiana: scegliendo di circoscrivere il loro campo di indagine al comune o alla regione, folkloristi, storici delle tradizioni regionali, dialettologi hanno rappresentato le diversità interne a una società che si raffigurava solidamente identica nelle sue parti, e lo hanno fatto a volte con una piena consapevolezza delle identità locali, fino a maturare idee autonomiste e a difendere le specificità locali da forme di colonizzazione culturale. L’assenza degli antropologi dal dibattito contemporaneo sulla crisi identitaria italiana e sulla soluzione federalista rappresenta un elemento vistosamente negativo nella storia degli studi antropologici italiani e contraddice uno degli elementi più peculiari della nostra tradizione scientifica.

L’antropologia potrebbe, tra l’altro, fornire una base empirica all’attuale dibattito, che rischia di rimanere su un astratto livello politologico e giornalistico, sottraendo agli "opinionisti” tematiche e questioni di vitale importanza per il futuro della nostra società.

La situazione attuale ci induce ad approfondire il fenomeno dell’ invenzione di nuove tradizioni, che funzionano come riferimenti mitici e strumenti di legittimazione delle tendenze separatiste, autonomiste, antiunitarie, federaliste: le radici celtiche e asburgiche della Padania, il Meridione preunitario del movimento filo borbonico, l’epopea brigantesca e la "cultura meridiana” di gruppi intellettuali del Sud, le evocazioni autonomiste della Sicilia e della Sardegna, il "ritorno” del Veneto alla Repubblica di San Marco. Non potranno ovviamente essere trascurati il diverso peso delle nuove mitologie, ed il loro diverso radicamento nella realtà popolare delle regioni italiane, nell’ovvia impossibilità di confondere, per esempio, il tradizionalismo filoborbonico, che rivendica l’onore offeso di Sud, con i miti e riti della Lega Nord che, pur nella loro estrema semplificazione problematica, conferiscono forza e potere di coinvolgimento delle popolazioni lombardo-venete e legittimano un modo nuovo di fare politica e amministrare le città, nonostante alcune chiusure etnocentriche e derive xenofobe e neorazziste.

É superfluo ricordare che una significativa anticipazione delle mitologie autonomiste, sorta in opposizione ai miti cesarei della Roma imperiale e delle politiche di accentramento, si ritrova in una tradizione storiografica minore, che ha acquistato una certa consistenza a partire dal secondo Settecento, che vedeva il nucleo originario della nazione italiana (sangue, lingua, istituzioni) nei municipi liberi e autonomi dell’Italia preromana, uniti in una confederazione.

Forse una riflessione su questa storiografia mitologizzata può restituire una profondità storica insospettata a fatti contemporanei.

Non sembra condivisibile la tesi secondo cui una politica nazionale troppo disposta verso gli immigrati e ideologicamente multiculturale incoraggi inevitabilmente gli atteggiamenti di chiusura e le derive xenofobe delle spinte autonomiste. Sarebbe, questo, un aspetto di una tesi più generale, secondo cui la paura dello straniero, sia quella che accompagna i fenomeni immigratori, sia quella che segna la compresenza delle etnie vicine o nelle aggregazioni multietniche, tenda a trasformare le società aperte in società chiuse. É comunque ragionevole pensare che, laddove non fosse ispirata da sani principi democratici, la spinta autonomista potrebbe trasformarsi in localismo centralista capace di escludere gli estranei e costringere le minoranze esistenti al loro interno all’assimilazione o alla marginalizzazione. Ce lo insegnano i genocidi dell’ex Jugoslavia o la xenofobia della Padania.

Il convegno assumerà anche il problema di come la gente comune interpreti la storia che ha portato all’unificazione nazionale, per verificare fino a che punto le varie forme (estremiste, moderate, mitologiche, realistiche ecc.) di revisionismo critico o antiunitario si siano tradotte o meno in un modo comune di sentire, come effetto della loro diffusione attraverso la scuola, i mass media, i giornali, l’informatica e l’editoria. Si tratta di verificare quello che rimane dopo la distruzione della retorica risorgimentale, che aveva costruito l’identità nazionale su deformazioni, silenzi e omissioni, e chiedersi se esistono gli elementi per la costruzione di una diversa immagine della nostra storia identitaria.

La rilettura critica del Risorgimento non può non approdare a una nuova immagine della nazione, evitando di opporre al negazionismo uno sterile nichilismo. L’ identità nazionale si riscrive ogni volta che l’emergere di nuovi valori obbliga moralmente a fare i conti col proprio passato: se i nostri valori emergenti sono la difesa delle diversità, la trasparenza, la democrazia, la tolleranza, la solidarietà, ha forse poco senso accettare e legittimare (quando non si riesce più a nasconderle) quelle che a molti ormai sembrano le "turpitudini” del passato, invece di fare i conti con esse, e, per esempio, come sta facendo in molti casi la Chiesa, vergognarsene e chiedere scusa a chi le ha subite. Non facendolo, si perpetuano forse fino a un punto critico lacerazioni storiche e si alimenta un vittimismo e un rivendicazionismo da esclusi, che nuoce alla coesione nazionale.

Sul versante teorico non si potrà evitare un confronto costruttivo, per i nostri approfondimenti, con la ormai consistente letteratura sulla "fine delle nazioni”, né con quella che insiste sul rafforzamento delle domande delle periferie (alle quali può essere assimilata per certi versi la condizione di alcune regioni italiane) come effetto della capacità delle rappresentanze di influenzare i processi di distribuzione delle risorse; o con quella ancora che approfondisce il rapporto estremamente complesso tra domande territoriali e identità etniche. Si approfondiranno insomma gli effetti della globalizzazione sulle culture locali, con la corrosione delle frontiere dello Stato-nazione prodotta dai flussi di informazione su scala globale.

Dovremo al tempo stesso chiederci se la "fine della politica”, la fuga dai partiti, dall’azione collettiva, dal progetto, e, complementarmente, la "liberazione” dell’individuo, che sembra ora godere di una libertà svincolata da radici, fini, relazioni, abbiano giocato un loro ruolo in questa dissoluzione dei valori unitari. E sarà forse utile chiederci se la nuova libertà abbia veramente contribuito a fare dell’individuo un cittadino del mondo, svincolato dalle appartenenze nazionali, o se abbia finito paradossalmente per rafforzare, fino all’esasperazione, le ragioni pur valide dei particolarismi etnici e geografici, promuovendo un tribalismo che, pur nella legittima aspirazione a forme di vita comunitarie, di rapporti primari e di comunicazione empatica, di fatto incoraggia le chiusure campanilistiche, rimane indifferente alle grandi aggregazioni nazionali e non è del tutto estraneo alle derive xenofobe.

La crisi italiana sarà pertanto presentata come un fenomeno particolare di una tendenza diffusa nel mondo globalizzato. Sotto questo aspetto potranno comparativamente risultare preziosi i contributi di alcuni paesi che vivono situazioni di tensione in qualche modo analoghe a quelle italiane, in particolare afferenti all’area germanica, francese, messicana, balcanica e spagnola.

Tutto questo mette in gioco la nozione stessa di identità nazionale, che potrà essere riscritta sulla base del riconoscimento delle diversità regionali. La trasformazione delle nazioni da monoculturali a multiculturali ha già comportato l’avvaloramento degli elementi soggettivi della nozione di identità culturale (la volontà di appartenenza) a discapito di quelli oggettivi (sangue, lingua, territorio, memoria). Il passo successivo sembra ormai quello di collocare nella sfera del privato e del personale la costruzione del proprio irriducibile mondo interiore, laddove le identità nazionali forti degli Stati centralizzati pretendevano che la vita autentica e profonda dell’individuo fosse la manifestazione di un aurorale modo di sentire e pensare collettivo, del genio del luogo, della stirpe, della razza.

Dobbiamo chiederci che cos’è allora l’identità nazionale, se non è più tutto questo, se la volontà di appartenenza, associata alla condivisione di valori quali la libertà, la tolleranza, la solidarietà, il riconoscimento reciproco, il rispetto della diversità possano essere sufficienti a trasformare in una comunità di destino una aggregazione di gruppi, etnie, culture e persone diversi per religione, principi etici, regole comportamentali. E ancora, è naturale conseguenza chiedersi se veramente una democrazia funzioni soltanto in presenza di una cultura omogenea e se non possano essere "cittadini” coloro che non vogliono o non riescono a realizzare la loro integrazione su tutti i piani dell’esistenza, in modo da diventare in tutto simili a noi. Dove, allora, deve arrestarsi la difformità dei modi di sentire, pensare, e vivere, per evitare la disgregazione dell’identità collettiva?


ALCUNE TEMATICHE POSSIBILI (AREA ITALIANA) 


1. Globalizzazione e crisi dello Stato-nazione

2. Regionalismo e unitarismo nella ricerca demologica dopo l’Unità

3. La tesi dell’inferiorità del Sud dal 1860 in poi

4. "Va’ fuori d’Italia”. Separatismo e paura dello straniero

5. Se la cultura meridionale sia stata la palla al piede dello sviluppo

6. La differenza meridionale nell’ antropologia lombrosiana

7. Idea e realtà dell’accentramento nell’antropologia paduliana

8. Federalismo e identità nazionale

9. L’ Italia è stata sempre una nazione multietnica?

10. L’ antropologia e le identità regionali dopo l’Unità

11. Xenofobia e separatismo nell’ideologia padana

12. I miti settecenteschi sulle antichissime libertà italiche del periodo preromano

13. Il revisionismo risorgimentale nei manuali di storia contemporanei

14. Le domande del territorio e le identità etniche

15. Chi ama la patria. Indagine empirica

16. Il Nord visto dal Sud. Indagine empirica

17. Il Sud visto dal Nord attraverso i giornali della Padania

18. I l brigantaggio nel cinema, tra patriottismo e revisionismo

19. La costruzione dell’identità nazionale nei primi decenni dell’Italia unita

20. Le radici medioevali della crisi identitaria

21. L’ omologazione culturale e l’entropia culturale italiana nel pensiero dell’ultimo Pasolini

22. Proposte per una ri-scrittura dell’identità nazionale

23. Esiste la "cultura del Sud”?

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